Saturday, 3 November 2012

Non siate "Choosy", il lavoro c'è: in campagna


Il vero «ammortizzatore sociale» d’Italia? L’agricoltura. Sono le parole di Giuseppe Politi, presidente della Cia, Confederazione italiana agricoltori. Il numero dei posti di lavoro in campagna nel secondo trimestre 2012 è aumentato del 6,2%. E le imprese guidate da giovani under 30 sono cresciute del 4,2 per cento.
Il vero «ammortizzatore sociale» d’Italia? L’agricoltura. A dirlo è stato Giuseppe Politi, presidente della Cia, Confederazione italiana agricoltori. E i numeri diffusi qualche giorno fa dalla sua associazione gli danno ragione: quello agricolo oggi è l’unico settore del nostro Paese che cresce e crea nuovi posti di lavoro. Il valore aggiunto (l’aumento di valore che si verifica grazie all’intervento nei fattori produttivi) nell’ultimo anno è salito dell’1,1 per cento, mentre il numero dei posti di lavoro nel secondo trimestre del 2012 è aumentato addirittura del 6,2 per cento. Un comparto spesso poco considerato e maltrattato, che però sarebbe in grado di assorbire in poco tempo più di 200 mila disoccupati. Ma solo se vengono abbattuti i costi e le grane burocratiche che oggi paralizzano le imprese agricole. Soprattutto quelle giovani. «Aprire un’azienda agricola da zero è molto dispendioso», dice Chiara Innocenti, 36 anni, ex impiegata di banca oggi titolare di un'azienda vinicola con due suoi coetanei, «tant’è che i giovani agricoltori sono soprattutto figli di imprenditori agricoli che hanno rilevato l’azienda di famiglia». Così sempre più ragazzi finiscono per scegliere l’agricoltura come “ultima spiaggia” dopo una lunga ricerca di impieghi alternativi, firmando contratti stagionali di uno o due mesi per la raccolta di mele, uva o pomodori. «E i 50-60 euro a giornata sono sempre più dei 20-25 che guadagnerebbero con i contratti precari facendo i lavori per i quali hanno studiato», spiega Vincenzo Netti, 34 anni, titolare dell’azienda di famiglia in provincia di Bari. Che dice: «Negli ultimi due anni i giovani contadini stagionali sono raddoppiati». 
Le imprese agricole in Italia sono 1,6 milioni e impiegano 1.094.365 lavoratori dipendenti. Se si considera anche l’indotto, il numero degli operatori del settore agroalimentare italiano aumenta fino a rappresentare il 12 per cento della forza lavoro del nostro Paese. Le aziende guidate da giovani con meno di 35 anni sfiorano il 3 per cento. Ma see il range si allarga agli under 40, si arriva a circa l’8 per cento del totale. E mentre gli altri settori tagliano, l’agricoltura moltiplica i suoi posti di lavoro. Le imprese individuali guidate da giovani sotto i trent'anni nel secondo trimestre dell'anno è cresciuto del 4,2 per cento. L'occupazione del 6,2. 
«Dal 2010 in poi», spiegano dalla Confederazione italiana agricoltori, «nelle campagne italiane si sta registrando una tendenza nuova: sono sempre di più i giovani che, una volta completato il proprio percorso di studi, decidono di tornare alla terra. E non si tratta solo di figli che rilevano o continuano l’attività dei genitori, ma spesso sono neolaureati o neodiplomati preparati e determinati che, a causa di una crisi che chiude le porte dei loro settori, scelgono di scommettere sulla vita dei campi e di reinventarsi produttori». In alcuni casi, è anche la voglia di cambiare vita a spingere i più giovani verso le campagne. Secondo un'analisi della Coldiretti in collaborazione con Swg, la metà dei giovani italiani preferirebbe aprire un agriturismo in campagna anziché lavorare in banca o in una multinazionale. 
Chiara Innocenti ha 36 anni. Ex impiegata di banca, ha studiato economia all’Università di Pisa. E da tre anni, insieme a due amici conosciuti tra le aule universitarie, dirige l’azienda agricola Tunia nella Val di Chiana, in provincia di Arezzo. «Avevo conosciuto Francesca e Andrea ai tempi dell’Università», racconta prima di partire per la Svizzera per presentare il suo vino biologico. «Dopo la laurea, io andai a lavorare in banca a Milano, Andrea, laureato in ingegneria, mise su un’azienda informatica e Francesca, biologa, scelse di andare a studiare enologia in Sardegna». Dopo sette anni, nel 2008, nell’istituto di credito dove Chiara lavorava si «comincia ad avvertire aria di crisi, si parlava di riduzione dell’organico in azienda e si vedevano i primi licenziamenti». E così, nonostante un contratto a tempo indeterminato, Chiara decide di abbandonare calcolatrici, assegni e bonifici per tornare tra i vigneti e le colline toscane. «Anche Francesca stava pensando di venir via dalla Sardegna», racconta. E così, «abbiamo cominciato un po’ per scherzo a fare le cose come volevamo noi e senza qualcuno che ci dicesse come avremmo dovuto farle». 

L’investimento iniziale, però, è stato tutt’altro che uno «scherzo». «C’è voluto quasi un milione di euro», racconta Chiara, «abbiamo comprato un podere di 25 ettari di terreno con i fabbricati inclusi». Ma ammette: «Noi abbiamo avuto l’enorme fortuna di avere un certo tipo di famiglie alle spalle che ci hanno sostenuto economicamente». Altrimenti? «Altrimenti non ce l’avremmo fatta. Non è una cosa alla portata di tutti creare una start up agricola, è molto oneroso: bisogna comprare la terra, i fabbricati, i macchinari. E ottenere i finanziamenti è difficilissimo. Non è un caso che molti dei giovani imprenditori agricoli siano figli che hanno rilevato le aziende di famiglia. Nel nostro caso, senza i risparmi delle nostre famiglie non ce l’avremmo fatta».
Quella dei “figli d’arte” è la storia di Marco Ercolani e Vincenzo Netti, entrambi 34enni ed entrambi agricoltori che hanno ereditato le aziende di famiglia. Il primo gestisce un’impresa fruttiviticola a Faenza, nel ravennate. «Il mio percorso», racconta, «è stato canonico: ho studiato agraria alle superiori e per un anno e mezzo ho studiato alla facoltà di veterinaria per poi capire che il mio habitat era qui in campagna, all’aria aperta». Certo, ammette, entrare nel mondo agricolo «richiede grande capacità di reinventarsi o, se sei fortunato, devi ereditare l'azienda dei tuoi».
Ne è convinto pure Vincenzo Netti, che ha trasformato il podere fondato dai bisnonni nei primi del Novecento a Putignano, Bari, in «un’azienda agricola 2.0». Che significa, spiega lui, «affiancare alla produzione di ortofrutta e olio extravergine d’oliva anche la produzione energetica da fonti rinnovabili». La sua ditta, 20 ettari di terreno coltivati a ulivi, ciliegi e cereali immersi nella campagna pugliese, è ormai «al 90% autosufficiente dal punto di vista energetico». Sui tetti dei capannoni ci sono pannelli solari e mini impianti eolici, mentre i mezzi meccanici sono alimentati con i biocarburanti derivanti dagli scarti delle coltivazioni. Una azienda «agroenergetica», come preferisce chiamarla lui, con un laboratorio di «sperimentazione e ricerca per studiare tecniche innovative di coltura e migliorare l'efficienza energetica».
Vincenzo ha studiato «da operatore elettronico informatico». Non proprio un percorso da contadino, insomma. Ma «finiti gli studi ho scelto di proseguire l’attività dei miei genitori perché ho preferito la qualità della vita in campagna», dice. E a 22 anni è subentrato al posto dei suoi genitori alla guida dell'azienda. «Mi rendo conto però che è stata una fortuna avere già la terra e le strutture a disposizione». Chi invece oggi decide di ritirarsi in campagna partendo da zero, racconta Netti, «a parte la difficoltà di trovare lo spazio per il terreno e l'azienda agricola, ha soprattutto grosse difficoltà nell'accesso al credito».
Lo dicono anche i dati della Cia. Il 73 per cento dei giovani imprenditori agricoli italiani ha rilevato l’azienda di famiglia. La novità è che solo in quattro casi su dieci si tratta di agronomi o periti agrari, quindi di figli di agricoltori che si sono costruiti un curriculum ad hoc per rimanere in azienda. Molti di più, invece (il 60 per cento) quelli che hanno percorso altre strade ma poi, complice anche la crisi, hanno preferito non lasciare la strada vecchia per quella nuova. Solo un piccolo 6 per cento decide di investire in agricoltura pur non avendo una attività familiare da cui partire. Il restante è composto da giovani che per motivi diversi decidono di “mollare” con il percorso precedente, voltando pagina e scegliendo la campagna. «Alla base di questo fenomeno», dicono dalla Cia, «ci sono più fattori. Quasi il 45 per cento di questi imprenditori junior decide di investire in agricoltura dopo esperienze lavorative concluse negativamente nei comparti più vicini alla propria preparazione». Ma tra questi nuovi imprenditori dell’agricoltura, qualunque sia il motivo della scelta di lavoro, un elemento resta: in otto casi su dieci i nuovi contadini sono stati aiutati dalla famiglia nella fase di “start-up” aziendale, per l’acquisto della terra (65 per cento), per i macchinari (45 per cento) e per la burocrazia di partenza (56 per cento). 
E se il salto imprenditoriale in campagna diventa un'utopia, l'unico ripiego è il lavoro dipendente. Che nel secondo trimestre dell'anno, quello che coincide con la raccolta, è aumentato del 10,1 per cento. «Negli ultimi due anni», dice Marco Ercolani, «i giovani che vengono a fare la vendemmia sono raddoppiati. Ci sono sia studenti sia disoccupati». Purtroppo, aggiunge, «il lavoro agricolo viene visto come l’ultima spiaggia in cui andare a cercare lavoro. Non si viene a lavorare in campagna per divertirsi. L’agricoltura è una sorta di scialuppa di salvataggio quando non si trova qualcosa di meglio». 
A confermarlo è anche la Coldiretti, principale organizzazione degli imprenditori agricoli italiani, che, rispondendo alla richiesta di esser meno “choosy” rivolta dal ministro Elsa Fornero ai giovani italiani,  ha fatto sapere: «Almeno duecentomila giovani hanno trascorso l'estate 2011 a lavorare nei campi, dimostrando di essere tutt'altro che schizzinosi e di non essere preoccupati di sporcarsi le mani di terra». In agricoltura il lavoro c'è, dicono da Coldiretti, soprattutto quello dipendente. «Da un paio di anni registriamo una maggiore forza lavoratrice composta da giovani che nella raccolta stagionale stanno sostituendo i lavoratori più anziani», racconta Vincenzo Netti. «Vedendosi sbattuta la porta in faccia da molte fabbriche e aziende, i ragazzi trovano più facile essere assunti uno, due, tre mesi per raccogliere le ciliegie a 50-60 euro al giorno piuttosto che guadagnarne 20 dietro una scrivania con contratti precari. Sono giovani che non scelgono l'attività agricola per passione, ma solo per motivi di convenienza visto il risicato mercato del lavoro. Alla fine dopo tre mesi si guadagna quello che si sarebbe guadagnato in sei mesi dietro una scrivania facendo il lavoro per il quale si è studiato». 
Il problema dei contratti stagionali, dice, è che «manca una politica che regoli il lavoro stagionale, che garantisca sia la ricerca di manodopera a noi imprenditori, ammortizzando gli oneri contributivi, sia il superamento della stagionalità al lavoratore in modo che non venga lasciato a piedi quando si esaurisce il contratto». Perché, nonostante la crescita occupazionale, anche nell’agricoltura la crisi si fa sentire. «È l’ultimo settore in cui la crisi ha dato il suo colpo di coda e come tale sarà anche l’ultimo che riuscirà a risollevarsi», dice Marco Ercolani. Il problema principale è che «il compenso per chi come noi produce la materia prima è molto basso. La forbice via via si allarga fino al banco frutta». Un esempio? «Quest’estate ho venduto le pesche a 30 centesimi al chilo, mentre dal fruttivendolo si trovavano a 1,70 euro. È necessario il riconoscimento di un pagamento minimo che dia un valore aggiunto al nostro lavoro».
Chiara Innocenti è più ottimista. Dopo tre anni, la sua azienda di vino biologico ha raggiunto la gamma completa di due vini rossi e un bianco, per un totale di 17 mila bottiglie all'anno, da poter esporre alle fiere di settore. I conti correnti e i bonifici bancari per lei sono ormai un ricordo lontano. Ma le sue conoscenze economiche sono ancora molto utili per la gestione dei conti dell'azienda agricola. «È ovvio che gli inizi sono a regime ridotto», dice. «Ma da dal 2009 a oggi cominciamo a notare la differenza. Il primo anno è stato un incubo, ora cominciamo a vedere i primi riscontri anche nelle fiere internazionali. E da quest'anno le nostre bottiglie verranno esportate in Germania, Svizzera, Inghilterra ed Est Europa». Non troppo lontano, insomma. «Sì, perché anche i viaggi costano, sa? E qui dobbiamo fare economia».


Fonte: IlPost.it

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