Sunday, 28 October 2012

Andremo in Erasmus nel 2013?



Dopo le cattive notizie degli ultimi tempi, dall’aumento delle tasse dovuto ai provvedimenti previsti nella spending review, alla difficile situazione in cui versano le biblioteche della nostra Facoltà a causa della carenza dei fondi per le borse, non ci voleva l’ennesima batosta per le università.
Questa volta a pagare le conseguenze della mancanza di fondi sembrerebbero essere quegli studenti che avevano progettato di passare un periodo all’estero durante i loro studi. Infatti i finanziamenti per il progetto Erasmus, che da circa 25 anni permette agli studenti di trascorrere periodi di studio in altri paesi e di fare così esperienze che amplieranno il loro bagaglio culturale, sembrano non essere più sufficienti a garantire la mobilità degli studenti.
La notizia è confermata da Tajani, vicepresidente della Commissione Europea. Il ministro Profumo regala un barlume di speranza dichiarando che per il futuro si punta molto sulla mobilità e in questo momento transitorio si troverà una soluzione, aggiungendo che è proprio dall’Erasmus che è nata la nuova Europa.
Nonostante le rassicurazioni, la preoccupazione non manca ed è evidente nelle parole che si leggono nell’appello promosso in rete dai Giovani Democratici e dalla Rete Universitaria Nazionale , i quali scrivono: «Far morire, dopo un quarto di secolo di importanti risultati ottenuti, questa esperienza sarebbe un atto di miopia politica non perdonabile. Il peso ed i costi della crisi non possono ricadere su quella che invece dovrebbe essere una delle chiavi di volta per uscirne: l’investimento in ricercainnovazione,mobilità».
Possiamo cercare di capire cosa sta realmente succedendo e se il progetto Erasmus è veramente a rischio leggendo il documento, detto MEMO, della Commissione Europea del 16 Ottobre 2012.
Il programma Erasmus coinvolge attualmente 33 paesi (Stati membri dell’UE, Croazia, Islanda, Liechtenstein, Norvegia, Svizzera e Turchia) ed è solo uno dei programmi che fanno parte delprogetto per l’apprendimento permanente (insieme ai programmi Leonardo Da Vinci, Comenius, Grundtvig) assorbendone circa il 40 % del bilancio. È l’UE che si occupa di erogare ogni anno i fondi alle agenzie nazionali dei 33 paesi, fondi che vengono divisi tra i paesi in base a dei criteri: popolazione (numero di studenti, laureati e docenti dell’istruzione superiore), costo della vita e distanza tra le capitali (a correggere il primo fattore), indicatore di performance passata (cioè quanti studenti e personale hanno trascorso un periodo all’estero in passato).
A questi programmi di apprendimento, per il periodo 2007/2013, sono stati destinati nel bilancio dell’UE (i paesi non membri dell’UE finanziano da soli la loro partecipazione) 7 miliardi di euro, a fronte di un bilancio totale dell’Unione di 975 miliardi. Di questi 7 miliardi all’Erasmus ne sono toccati circa 3 da suddividere per i 7 anni: per il 2012 lo stanziamento è stato di 480 milioni e se ne prevedono 490 nel 2013, fondi che in teoria dunque dovrebbero esserci.
Ora la questione è cercare di capire l’origine degli attuali problemi di finanziamento.
Il bilancio generale 2012 dell’UE ammontava a circa 133 miliardi di euro, l’importo del bilancio finale approvato dagli Stati membri e dal Parlamento Europeo è stato però inferiore di poco più di 3 miliardi e ha dovuto inoltre coprire un buco di 5 miliardi del bilancio precedente. Per questo il Commissario per la programmazione finanziaria e il bilancio sembra voler proporre una rettifica del bilancio per cercare di colmare il deficit.
Per quanto riguarda i programmi di apprendimento, la Commissione ha già trasferito quasi tutta la cifra prevista nel bilancio del 2012, questi fondi però non coprono gli impegni presi in precedenza quindi la Commissione, non in grado di rimborsare le domande di pagamento delle agenzie nazionali, ha dovuto chiedere un nuovo stanziamento da parte dell’UE di 180 milioni (circa la metà servirebbero per l’Erasmus).
Tale deficit riguarda un po’ tutte le voci del bilancio e per risolvere la situazione la Commissione ha proposto anche lo storno dei fondi che non saranno utilizzati altrove.
La situazione dei programmi di apprendimento permanente sarà dunque compromessa se gli stati membri dell’UE e il Parlamento non accettano di stanziare ulteriori fondi; con l’arrivo dei fondi del 2013 la situazione potrebbe sembrare migliorata ma, considerato che una parte dei nuovi fondi servirà comunque a coprire il vecchio deficit, nel giro di pochi mesi i soldi saranno già esauriti.
Ma per gli studenti le problematiche quali saranno? Dal MEMO della Commissione Europea rassicurano dicendo che chi è stato in Erasmus tra Gennaio e Settembre 2012 non è interessato da tali tagli perché le università hanno già ricevuto quei fondi e che comunque fino alla fine dell’anno non dovrebbero esserci problemi per pagare le borse. Invece, se il deficit persiste, potrebbero esserci problemi per gli studenti che si recano in Erasmus nel secondo semestre di questo anno accademico 2012/2013.
Per cercare di far chiarezza sulla natura di questi problemi e sulle possibili soluzioni, per quanto riguarda l’Italia, alla Camera è arrivata il 17 ottobre anche un’interrogazione (ricordiamo che tutte le interrogazioni parlamentari sono consultabili online su: www.camera.it > lavori > attività di indirizzo e controllo > versione grafica), presentata da Antonio Di Pietro, nella quale si chiede al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’Istruzione se il Governo sia in grado di rendere conto della gestione del programma Erasmus in Italia, visto che il presidente della commissione bilancio del Parlamento Europeo avrebbe parlato di « [un’] insufficienza di fondi legata all’uso improprio fatto dai singoli stati membri dei fondi Erasmus, per cui non tutte le fatture presentate sarebbero “certificate” o comunque corrispondenti a spese regolari» e se il Governo ha intenzione di fare quanto in suo potere per risolvere la situazione anche aumentando gli stanziamenti e convincendo gli altri paesi a fare lo stesso, visto che sembrerebbe che alcuni paesi (Gran Bretagna, Francia, Germania, Finlandia, Paesi Bassi e Svezia) si sarebbero già rifiutati di aumentare le disponibilità per il bilancio.

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